Domenica 25 Novembre 2018 si è svolta l’Assemblea Contro la Repressione sui Luoghi di Lavoro, un’iniziativa lanciata con un appello e pubblicizzata in varie forme.

L’iniziativa è stata ospitata nella bella cornice del Casale Alba 2 di Roma, nel Parco d’Aguzzano, preceduta da un pranzo sociale sopraffino di sostegno ai lavoratori colpiti dalla repressione aziendale.

E’ stata una giornata positiva nonostante la pioggia, che ha visto una larga partecipazione e diversi contributi al dibattito, che riportiamo in questa pagina (integralmente e in sintesi) a beneficio di tutte e tutti.

L’Assemblea non ha voluto essere, come già chiarito fin dalla sua convocazione, una sequela di lamentele su quanto sono cattivi i padroni, ma al contrario un luogo dove immaginare come rispondere alla repressione, sia attraverso la conoscenza del fenomeno sia attraverso la costruzione di percorsi concreti di mobilitazione.

E’ stato deciso di continuare operativamente nella realizzazione dell’Osservatorio sulla Repressione nei Luoghi di Lavoro convocando un riunione per

Giovedì 13 dicembre 2018 ore 18:00
Sede Alberone – Via Appia Nuova 357

Sono stati raccolti i primi indirizzi mail per formare la base della mailing list ed è stato lanciato un primo momento di risposta concreta per

Mercoledì 28 novembre ore 9:00
Tribunale del Lavoro – Via Lepanto 4

per portare solidarietà ad Alessia e Lorenzo in concomitanza con la prima udienza nel ricorso contro la loro sospensione dal lavoro per aver evidenziato le carenze della sanità pubblica.

Di seguito (dopo la piccola galleria fotografica) riportiamo gli interventi all’Assemblea in stretto ordine di intervento.

La repressione non è solo nei luoghi di lavoro. Sui luoghi di lavoro colpisce ad esempio chi si oppone alla privatizzazione. Mancano statistiche sul fenomeno che però ci sembra in crescita.
Non vogliamo piangerci addosso. Vogliamo individuare un percorso pratico per opporci, perché c’è timore ad opporsi per paura di licenziamenti.
Proponiamo:
> Portare avanti una campagna non solo romana ma nazionale;
> Percorso di condivisione e confronto;
> Realizzare strumenti per entrare in contatto con quei lavoratori che subiscono la repressione ma dei quali non si sa niente;
> Creare un sito dove raccogliere informazioni e dare visibilità, realizzare solidarietà, organizzare iniziative di lotta.

Il sito deve raccogliere la casistiche di repressione ed è il primo passo (conoscenza).
Mi appello soprattutto ai giovani a dare una mano per fare lavoro di inchiesta sul territorio e capire quanto è esteso il fenomeno. Il sito deve rappresentare la vitalità del lavoro di inchiesta.
Il tema deve essere analizzato/agitato anche dal punto di vista del codice civile e dei CCNL.
Bisogna liberare le norme dal legame imposto dal cosiddetto “rapporto di fiducia” (unidirezionale e favorevole alle imprese) sul cosiddetto “danno di immagine”. Una proposta da sviluppare è che dal CCNL/Codice Civile questo legame venga espunto.
Lo strumento del licenziamento è giudizio e anche condanna su fatti che la magistratura non ha ancora neanche giudicato.

Favorevole a proposta precedente.
Con la riforma della Fornero sono aumentate le possibilità di successo per le imprese sulle cause legali, e quindi le cause perse.
La magistratura arriva a considerare il ruolo del delegato sindacale come aggravante in caso di dichiarazioni.
L’Osservatorio dovrebbe servire a raccogliere i dati ma anche a praticare soluzioni.
Non c’è più distinzione tra precari e non, ma solo tra chi è più e chi è meno precario. Quindi è necessario sviluppare forme concrete di risposta all’interno di questo quadro. Se vogliamo sembra essere tornati a prima degli anno 70 quando si era tutti senza garanzie.
Nel mio caso è stato evitato il licenziamento grazie alla mobilitazione che si è sviluppata con una campagna nazionale. Dobbiamo fare in modo che questo avvenga per tutti.

Il concetto di democrazia è assente nei luoghi di lavoro, non si può scegliere liberamente il sindacato, non si può esprimere liberamente il proprio pensiero.
Su di me pende un provvedimento per avere denunciato sui mezzi di informazione il “malaffare AMA”. Il Codice Civile non è stato creato per impedire ai lavoratori di denunciare le cose che non funzionano, soprattutto nelle aziende pubbliche.
Credo che l’obiettivo principale sia intimidire i lavoratori, e la repressione sembra funzionare perché i lavoratori hanno paura.
Sono favorevole alla banca dati.
Sarebbe utile creare mobilitazione per fare in modo che quando si firmano i contratti vengano garantiti i diritti dei lavoratori.
Sembra che il diritto al lavoro sia condizionato alla perdita di qualunque altro diritto, come ad esempio quello d’espressione.

Fare attività sindacale o politica o anche avere una vita privata è reso quasi impossibile dai turni di lavoro che ci fanno fare in ufficio. Questa è un’altra forma di repressione: il lavoro reprime la vita.
Dobbiamo fare un passo avanti e allargare il fronte su questi temi.
Dal punto di vista delle mobilitazioni purtroppo le leggi limitano l’incisività delle lotte.
I contratti contengono norme di fedeltà arrivando al paradosso che dove non arrivano le aziende arrivano i sindacati.
Un altro problema è la frammentazione dei sindacati che impedisce un’adeguata risposta sindacale.
Sono d’accordo con le proposte, speranod che funzionino meglio che in passato.
E’ necessario sul concreto smuovere la mobilitazione per aumentare la forza della risposta: rompere la frammentazione intercategoriale; trovare solidarietà anche tra gli utenti.

Propongo di fissare subito degli appuntamenti:
> 28 novembre ore 9:00 a via Lepanto Tribunale del Lavoro Solidarietà Alessia e Lorenzo
> 13 dicembre ore 18:00 Alberone riunione operativa
Sul piano contrattuale stiamo assistendo ad un peggioramento della repressione, vedi esempio Spallanzani (prima del rinnovo del CCNL, 4 mesi di sospensione però con assegno alimentare) e Policlinico (dopo rinnovo del CCNL, 3 mesi di sospensione senza assegno alimentare).
Dobbiamo capire come superare le divisioni del lavoro in tutte le sue forme esistenti che ormai caratterizzano il mondo del lavoro e che hanno anche differenti forme di tutela e difesa, anche legale.
Dobbiamo realizzare iniziative di lotta efficaci in questa divisione (vedi ad esempio lotte nella logistica).
Dobbiamo fare i conti con un aumento forte della repressione anche fisica di chi lotta. Repressione che a volte avviene anche al di fuori dei luoghi di lavoro.
Dobbiamo riuscire a dialogare con tutti ed esprimere solidarietà partecipando alle lotte.

Prima dello Statuto dei Lavoratori si era tutti concordi che la Costituzione si fermava fuori dalle fabbriche. Dopo non è cambiato molto. C’era però una differenza di tutela tra privato e pubblico che storicamente è stato maggiormente tutelato e ora non più.
Sul piano della magistratura del lavoro, anche ammesso che un magistrato ti dia ragione poi arriva il condizionamento della Cassazione che con la sua sentenza ha creato un tappo. A meno che non si riesca a superare il tappo arrivando alla Corte Costituzionale, attraverso una causa impostata sulla violazione di diritti costituzionali e ammessa dal magistrato. Ma su questo stiamo ancora dentro il diritto democratico, utilizzando gli spazi che ci è dato utilizzare.
Almeno tre capitoli (lotta alla repressione, antifascismo,  lotta contro i licenziamenti) dovrebbe essere patrimonio universale per tutti quanti noi e non è così ancora oggi.
Valutiamo l’idea di una legge di iniziativa popolare come mezzo di propaganda nei luoghi di lavoro per agitare i lavoratori e realizzare una discussione nei luoghi di lavoro a livello nazionale. Naturalmente sappiamo che come legge non serve a niente perché nella storia di Italia nessuna legge di iniziativa popolare è stata mai nemmeno discussa in Parlamento.
Su alcune cose di base (e la repressione è una di queste) non ci dovrebbe essere divisione di organizzazione sindacale.
Mi sembra difficile modificare i contratti che sono sempre peggiori (ormai contengono solo doveri). Più facile intervenire nelle singole aziende.

E’ importante mettere insieme realtà di lavoro diverse come in questa assemblea.
Anche quando i lavoratori erano forti c’era repressione. Oggi i lavoratori sono senz’altro più deboli ma anche i padroni non stanno messi bene e questo si traduce in risposte repressive come taglio ai salari, peggioramento di leggi e contratti, difficoltà nella gestione dei rapporti in azienda, etc. Questo crea condizioni in teoria favorevoli ai lavoratori che però non si accorgono della fase a differenza dei padroni che si organizzano (vedi peggioramenti).
La repressione ha varie forme, anche agguati al di fuori dei luoghi di lavoro, anche pestaggi delle forze dell’ordine al di fuori dei luoghi di lavoro.
Il piano legale è da considerare ma è un terreno scivoloso perché le leggi a cui ci si appella possono/vengono cambiate.
Nella comunicazione dobbiamo fare leva maggiormente sulle mobilitazioni come elemento da valorizzare.
Non dobbiamo dimenticare che le risposte repressive aziendali spesso nascono proprio in quelle vertenze che riescono concretamente a mettere in discussione il potere aziendale.

Credo che la repressione sui luoghi di lavoro nasca dal desiderio di aumentare i profitti più che da un momento di difficoltà delle imprese.
Bisogna porre l’accento sul concetto di classe (ad esempio i servizi sanitari vengono utilizzati da chi non può permettersi di pagare la sanità privata) riappropriandoci di termini che non si usano più, come il conflitto di classe.

Non dobbiamo dimenticare che la repressione aziendale assume una particolarità aggravante sulle donne, che già dai colloqui di assunzione (ad esempio) vengono indagate sulla loro volontà di fare figli.
Dovremmo tenere conto anche di appalti e subappalti, che indeboliscono le lotte dei lavoratori perché questi lavoratori sono più ricattabili. Valutiamo un intervento sulla internalizzazione.

Stiamo andando verso una privatizzazione spinta attraverso degli accreditati e gli accreditati religiosi, e questo crea divisioni.
Questo non ci deve limitare perché come lavoratori abbiamo la forza, se lottiamo uniti, per cambiare le cose.
Dovremmo riuscire a realizzare una aggregazione trasversale delle lotte.

Il meccanismo del licenziamento dei lavoratori passa non solo dalla repressione ma anche da condizioni di lavoro che a volt vengono usate per indurti alle dimissioni. Anche questa è una forma di repressione.
Iniziative come questa di oggi servono anche a dare un segnale a tutti i lavoratori che non subiamo passivamente la repressione.
Scontiamo la divisione, già illustrata da altri, tra chi fa o dovrebbe fare attività politica e sindacale. Non c’è oggi un luogo dove parlare di questo tema, la repressione, che invece è universale e dovrebbe unificare tutti.
Questo Osservatorio può diventare il luogo dove non solo si parla di repressione, ma si immagina anche un modello per superare le barriere che dividono, si immagina un modello per confrontarsi su problemi generali. Al di là delle soluzioni legali  che oltre ad essere individuali sono quasi sempre inefficaci.

Il conflitto è vivo se esercitato nei luoghi di lavoro.
Ho tentato molte volte di ricercare unità delle sigle di base per esercitare questo conflitto, purtroppo senza successo.
Questo ha rafforzato in me l’idea che nei luoghi di lavoro vanno superate le logiche identitarie.
Riguardo alle differenze tra tutelati e non, la mia esperienza mi dice che i lavoratori cosiddetti “non tutelati” (ad esempio dipendenti delle aziende in appalto) guardano a noi cosiddetti “tutelati” (dipendenti delle aziende committenti) come un riferimento che vogliono che riesca a resistere perché se spariamo noi spariscono anche loro.

E’ importante evidenziare le responsabilità dell’attuale situazione di frammentazione. Ci sono responsabilità ben precise che vanno ricercate nelle OOSS che hanno firmato accorsi peggiorativi e nelle forze politiche che hano emanato leggi peggiorative. Dobbiamo rivolgersi ai lavoratori evidenziando queste responsabilità.
Le regole sulla rappresentanza sono un altro elemento di repressione.

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